Rimatori siculo-toscani del dugento. Serie prima – Pistoiesi-Lucchesi-Pisani

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SCRITTORI D’ITALIA


RIMATORI SICULO-TOSCANI
DEL DUGENTO

I


RIMATORI
SICULO-TOSCANI
DEL DUGENTO

SERIE PRIMA

PISTOIESI - LUCCHESI - PISANI

A CURA DI
GUIDO ZACCAGNINI e AMOS PARDUCCI

BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1915


PROPRIETÁ LETTERARIA

OTTOBRE MCMXV — 12670


INDICE


I

I RIMATORI PISTOIESI

A CURA

DI

GUIDO ZACCAGNINI


I

MEO ABBRACCIAVACCA

CANZONI

I

Amore non è cagione di pene, ma di gioia.

Sovente aggio pensato di tacere,
mettendo in obrianza
d’esto modo parlare intendimento,
ma poi mi torna, punge e fa dolere
la sovraismisuranza  5
di quei c’han ditto d’aver sentimento
de l’amoroso, dolce e car valore,
nomandolo signore,
ch’ard’e consumma di gioi’ la verdura
del suo fedel: servendolo soggetto,  10
sempre li dá paura:
vantaggio ‘i tolle, ch’avemo da fèra.
Eo ne faccio disdetto:
se simil dissi mai, cangio carrera.
Ché non par vegna da molto savere  15
chi sente sua fallanza,
se non volve con vero pentimento.
Né l’altrui troppo si dé’ sostenere,
che pare un’acordanza,
come chi dice: stande l’om contento.  20

Unde move adistato lo mio core
d’essere validore,
se posso, difendendo la drittura
d’amor, che solo in gioi’ have l’assetto
e di gioi’ si pastura,  25
non avendo giá doglia sua rivera.
E, se vo’ par defetto,
non è d’amor, ma d’odio è pecca intera.
Poi conoscenza ferma lo piacere,
venendo disianza,  30
l’omo s’alegge ad esso per talento,
e non è, se poi dole, in nel volere,
ma, tardando, li avanza,
soffrendo disioso lo tormento.
Donque n’ha torto ciascun amadore,  35
che si biasma d’amore,
ch’è solo volontate chiara e pura,
che nasce, immaginato lo diletto,
che porge la natura
de la vita, montando in tal mainera,  40
come fa lo ‘ntelletto
che di gioi’ chere sempre la sua spera.
Amor nell’alma credo uno podere
che si prende d’amanza,
poi lo saver ne fa dimostramento  45
ne le cose partite da valere,
over la simiglianza,
non dicernendo tutto il compimento.
E, se nell’acquistar vene dolore,
non s’ama tal sentore.  50
Come calore incontra la freddura,
cosí la pena l’amoroso affetto.
Ma tanto monta e dura
del plagere avisar la luce clera,
poi che v’aggia sospetto,  55
l’omo affannando segue sua lumera.

Dett’ho parte, com’ so, del meo parere,
credo fòr la ‘ntendanza
dei piú, c’han ditto ch’amor bene ha spento;
né questionar di ciò m’è piú calere,  60
ché pesami dobblanza,
poi non sostene amor lo valimento
di quei che ‘l contra, né sa suo vigore;
perciò istá in errore,
biasmando a torto, non ponendo cura,  65
né chi rincontra lui non l’ha dispetto.
Nonde voi’ piú rancura:
vaglia nel saggio e nell’altro si pèra,
ché io nel mio cospetto
tegno che solo ben sia d’amor cèra.  70
Amor, tuo difensore
so’ stato: so non è poco ardimento
ver’ lo forte lamento,
ch’è quasi fermo per la molta usanza.  75
Mostr’ormai tua possanza,
facendo tuo guerrer conoscidore.

II

Nella donna, piú che la beltá, è da stimare la saggezza.

Madonna, vostr’altèra canoscenza,
e l’onorato bene,
che ‘n voi convene — tutto in piacimento,
mise in voi servir sí la mia ‘ntenza,
che cura mai non tene,  5
né pur sovene — d’altro pensamento;
e lo talento — di ciò m’è lumera.
Cusí piacer mi trasse in voi compíta,
d’ogni valor gradita,
di beltade, e di gioia miradore,  10
dove tutt’ore — prendeno mainera

l’altre valente donne di lor vita.
Perciò non ho partita
voglia da intenza di star servidore.
Star servidore a voi non sería degno,  15
ma voi, sovrapiagente
in vostra mente, — solo nel meo guardo
conoscete che ‘n cor fedele regno,
e ch’eo presi, servente
di voi, tacente — l’amoroso dardo.  20
Per mevi tardo — palese coraggio
fatto sería: sacciatelo per certo.
Perzò mostrare aperto
vorria vostro sentir, dico d’aviso:
vedreste priso — me di tal servaggio,  25
per la qual donna mai fôra scoperto.
Tanto scur ho proferto,
ch’odio, servente in core, amore ‘n viso.
Viso sovente mostra cor palese  30
d’allegrezza smirata,
perch’a la fiata — monta in soverchianza;
ma quello di piacere over d’ofese
covra voglia pensata.
Perché, doblata, — grav’è la certanza,
donque dobblanza — tenete ‘n sentire.  35
Perciò vo’ dico, amanti: non beltate
solo desiderate,
ma donna saggia, di beltate pura;
né di natura — signoria soffrire
alcun di pari pregio no’ stimate,  40
ma di grand’amistate
che poggia d’onor quanto chin’ d’altura.
D’altura deggio, dir come poss’eo,
lo guigliardon sovrano
benedir sano — di vostra ‘ntenzione.
Donna, ch’avete sola lo cor meo,  45
ricevestemi ‘n mano:

ah! non istrano — d’altro guigliardone,
ché di ragione — mi donaste posa
d’affanno, di disio, d’attessa forte.  50
Sed eo prendesse morte
a vostro grado, me ne plageria,
si ‘n meretria — voi d’alcuna cosa.
Poi che m’avete tolto e preso in sorte,
non dubitate, tort’è,  55
di mio coraggio, ch’esser non poría.
Essere non poría, che ‘l core vòle
istar dove valor ha
la sua dimora — di gioioso stallo;
e, se ‘l cor pago giá nente si dole,  60
dunque ‘l partire fôra
solo mez’ora — sovra ogn’altro fallo.
Cosí intervallo — non sento potesse
nel mio servir fedel porger affanno,
né ‘n voi alcuno inganno.  65
Ché ‘l gran valore prima si provede
che dia merzede, — che poi non avesse
loco né presa, che trovasse danno.
Ché molti falsi stanno
coverti, pronti parlando gran fede.  70

III

Fra i tormenti d’Amore si rallegra, pensando alla virtú della sua donna.

Considerando l’altèra valenza,
ove piager mi tene,
‘maginando beltate, lo pensero
sovenmi, di speranza e di soffrenza
ne le gravose pene,  5
di disianza portar piú leggero.
Cá lo dispero — non have podere

ne l’autro mio volere,
acciò ch’a lo signor di valimento
non falla vedimento  10
di provedere li leai serventi;
unde m’allegro, stando nei tormenti.
Dunqu’allegrando selvaggia mainera,
natura per potenza
di figura piacente muta loco.  15
Che ‘ntendimento in anche cosa clera
turba sentire intenza
ne la vita d’ardente coral foco.
Ed eo ne gioco. — Non deggi’ obbriare
quella, che sormontare  20
mi face la natura, modo ed uso.
Quasi dato nascoso
sono a ubidir mia donna fina,
com’al leon soggetta fèra inchina.
En dir assai fedel, mia donna, paro  25
in core innamorato;
ma ciò, pensando, fall’esser poría,
ché spesso viso dolze core amaro
tene: poi ch’è provato,
nente si cela a mostrar che disia.  30
Però vorria — vi fuss’a plagere
me servendo tenere;
ché sí mi trovereste in cor síguro
leal com’oro puro,
che, non guardando mia poga possanza,  35
mi donereste gioi’ di fine amanza.
Prendendo loco parlando talento,
in voi, gentil sovrana,
ragione porterea tal convenensa.
Ma, divisando, tem’ e’ ‘l valimento  40
c’avete venir piana
mia disianza, sí mi veo ‘n bassenza.
Poi che temenza — n’aggio, sí conforto:

che non será diporto
tant’adunato parte per natura,  45
for pietate: non dura
orgoglio in gentil cosa sí finita,
ma l’umeltá fiata onne compíta.
Como risprende in iscura partuta
cera di foco apprisa,  50
si m’ha ‘llumato vostra chiara spera.
Ché, prim’eo ‘maginasse la veduta
de l’amorosa intisa,
non era quasi punto piú che fèra.  55
Ora, ch’empera — mevi amore ‘n core,
sento ed ho valore,
e ciò che vaglio tegno dall’altura,
complita in voi figura
d’angelica sembianza e di merzede,  60
per cui la pena gioi’ lo meo cor crede.

SONETTI

I

A fra Guittone

Se possiamo spegnere gli stimoli della generazione, non astenendoci dal bere e dal mangiare.

Se ‘l filosofo dice: — È necessaro
mangiar e ber, e luxuria per certo: —
parmi che esser possa troppo caro
lo corpo casto, se ‘l no sta ‘n deserto.
Ché nostri padri santi apportâro
lor vita casta, como pare aperto,
erba prendendo ed aigua, refrenâro
luxuria, che ci fier tropp’a scoperto.
Ché, per mangiare e ber pur dilicato,
nel corpo abonda molto nodrimento,
che per natura serve al gennerare.
Vorrea saver, da saggio regolato,
como s’amorta cosí gran talento,
non astenendo il bere ed il mangiare.

II

Al medesimo

Tornato di Francia, espone le sue miserie.

Vacche né tora piò neente bado,
che per li tempi assai m’han corneggiato:
fata né strega non m’hav’allacciato,
ma la francesca gente non privado.
Se dai boni bisogno mi fa rado,
doglio piò se ne fosse bandeggiato.
Signor, non siate ver’ me corucciato,
ché lo core ver’ voi umile strado.
Sacciate, nato fui da strettoia:
quanto dibatto piò, stringe, non muta
la rota di Fortuna mio tormento.
Non son giá mio, né voglio mia sentuta:
se mi volless’, arei tristo talento,
e di quello che vòl mia vista croia.

III

Al medesimo

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