La freccia nel fianco

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LA FRECCIA NEL FIANCO.

OPERE DI LUCIANO ZÙCCOLI

(Edizioni Treves).

ROMANZI:

La volpe di Sparta. 4.^o migliaio L. 3 50
La freccia nel fianco. 9.^o migliaio 3 50
L’amore di Loredana. 8.^o migliaio 3 50
Farfui. 7.^o migliaio 4 —
Romanzi brevi. 5.^o migliaio 4 —
(Casa Paradisi—Il giovane duca—Il valzer del guanto).
Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati….
8.^o migliaio 1 —
I lussuriosi. 6.^o migliaio 1 —
Il designato. 4.^o migliaio 1 —
Roberta 3 50
Il maleficio occulto 3 50

NOVELLE:

Primavera. 4.^o migliaio 3 50
La Compagnia della Leggera. 3.^o migliaio. 3 50
Donne e fanciulle. 6.^o migliaio 3 50
L’Occhio del Fanciullo. 3.^o migliaio 3 50
La vita ironica. 3 50
Novelle prima della guerra. 3.^o migliaio. 3 50

La freccia nel fianco

ROMANZO
DI
LUCIANO ZÙCCOLI

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI

9.^o migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

  Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che

  non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Tip. Fratelli Treves—1917.

PRIMA PARTE.

….fiori animati
esperti de la gioia e de l’affanno.

I.

S’eran conosciuti, una mattina di vento e di sole, in un piccolo paese
sulle rive del lago.

Egli aveva otto anni e si chiamava Brunello. Un giorno doveva essere
il conte Bruno Traldi di San Pietro, con un largo stemma, varii titoli
d’antichi dominii perduti e quel tanto di patrimonio che Fabiano suo
padre, giuocatore, avrebbe potuto lasciargli.

Ella si chiamava semplicemente Nicoletta Dossena, apparteneva a
famiglia borghese arricchitasi nell’industria; contava diciotto anni,
era dritta nell’anima come nel corpo; alta e formosa.

Il piccolo Bruno aveva già girato il mondo.

Recava dentro di sè una malinconia e una rabbia di ribellione, un
germe di scoramento e una volontà d’ostinazione meditata, un gusto di
beffardaggine incosciente, che in così tenera anima sbigottivano e
parevano straordinarii.

Non aveva mai potuto vivere in pace quei suoi pochi anni di vita.

La madre, Clara Dolores, divisa dal conte Fabiano, voleva il figlio;
il padre lo toglieva alla madre: Bruno stava ora con l’una, ora con
l’altro; più spesso col padre, più volontieri con la madre; avvenivano
liti, lavoravano avvocati, si scambiavano lettere e telegrammi e carta
bollata per averlo. E da ultimo era intervenuta anche la famiglia del
conte Fabiano, madre e fratelli, per toglierlo ai due coniugi in
guerra e metterlo in collegio.

Quand’era con Fabiano, godeva una libertà pericolosa e piena; la madre
lo teneva nascosto come un gioiello perchè non glielo portassero via;
i parenti non erano riusciti ancora ad averlo, e gli uomini di legge
avevan trovato ragione a costruire sulle pretensioni di quella
famiglia un edificio di cause e di beghe, il quale non sarebbe finito
mai più, ma fruttava molto agli avvocati delle varie parti.

Per tutte queste ragioni degli altri, Bruno aveva corso il mondo, ora
con la mamma, ora col papà, e ricordava d’aver visto sfilare sotto gli
occhi le città, le campagne, i monti, in treno, in carrozza, in
diligenza, a dorso di muletto.

Era riuscito, tra quel tumulto, a imparare a leggere e a scrivere e si
dava grandi arie per questo coi piccoli amici che veniva a conoscere
qua e là, in un albergo di prim’ordine o in una casupola di contadini.

Suo padre gli insegnava qualche cosa, di tanto in tanto, per
capriccio; sua madre lo istruiva meglio, con maggior costanza. Aveva
avuto qualche maestro privato, una istitutrice giovane e bruna che
stava presso suo padre, e di cui udiva parlar molto male da sua madre.

Egli non ascoltava se non ciò che poteva divertirlo, si faceva una
specie di coltura a brani, e un giorno voleva dipingere come Clara
Dolores, un altro prender le sue note di viaggio come Fabiano, un
terzo vivere non facendo nulla o guidando i cavalli.

Il conte Fabiano aveva venduto, ricomprato, tornato a vendere la sua
scuderia; ma dovunque andava, teneva carrozza; sontuosa o no, a
seconda dei colpi di fortuna.

Talora egli e il bambino erano ricchi e scialavano; talora veniva una
raffica dal tappeto verde, che portava via quasi tutto. Scendevano
allora dall’albergo di prim’ordine a qualche albergo pieno di poesia e
d’incomodi, in un paesetto qualsiasi; la carrozza spariva; si vedevano
intorno a Fabiano certi uomini melliflui e diffidenti che gli
procuravan danari.

E allora Fabiano e Brunello ripartivano, riprendevano la vita grande,
sin che la mamma sopraggiungeva, faceva una scena a Fabiano e si
portava via Brunello.

Con lei, il bambino tornava bambino; andava a letto presto, mangiava
regolarmente tre volte al giorno, in ore fisse: studiava un poco,
giuocava, non aveva per amici i domestici e i cocchieri, ma altri
piccoli ragazzi, che gli parevano molto stupidi; si lasciava cullare
da tenerezze continue e si annoiava leggermente. Aveva al suo seguito
un cane di Terranova con pochissime pulci, mentre il barbone del papà
ne formicolava un giorno e l’indomani, per improvviso ordine del
conte, pareva tutto di seta, e puzzava di mille profumi che lo
facevano starnutare ad ogni passo.

D’improvviso ricompariva il papà. Egli minacciava di bruciarsi le
cervella se non gli restituivano il bambino; la mamma correva
dall’avvocato, poi sveniva, e il bambino finiva col riprendere la
strada insieme al padre.

Brunello viveva di questa vita, dalla nascita, attonito, impassibile,
osservando; non poteva affezionarsi nè a luogo nè a persona, e si
contentava d’aver qualche preferenza; la madre, il padre, i parenti, i
conoscenti, gli sembravano curiosi e simpatici, quantunque sentisse
che poteva fidarsene mediocremente.

C’era del fracasso, dell’impreveduto, della commedia, nella sua

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